Concorso ‘Mi ricordo…’ ecco i vincitori!

Ecco i vincitori della mostra/concorso ‘Mi ricordo…’

Miglior accoppiata racconto fotografico e racconto letterario: ‘Lo spazio dilatato’ di Cristiana VazzolerGiudice Claudio Corrivetti

Claudio Corrivetti e Cristiana Vazzoler

Cristiana Vazzoler

Cristiana Vazzoler: Lo spazio dilatato

__________ Cristiana Vazzoler – Lo spazio dilatato __________

La panchina di pietra bianca è ancora là, come una vecchia signora, accoccolata in quell’angolo di giardino ormai abbandonato.
Non ci sono bambini a giocarci intorno, non ci sono fidanzatini che ci si scambiano effusioni furtivamente, non ci sono nemmeno più i gatti sonnacchiosi.
Eppure… eppure una volta, quando la casa era appena nata e ci abitavamo in dodici famiglie nuove di zecca, noi ragazzini eravamo più di venti, e passavamo le nostre giornate a giocarci intorno, a quella bella panchina bianca.
Per noi era di volta in volta barca dei pirati, dalla quale ci lanciavamo all’arrembaggio, scoglio per naufraghi, riparo da raffiche di proiettili sparati da lontani nemici, e ancora barella per i feriti, tavolo per pranzi a base di foglie e sassi, ma soprattutto, e questo valeva soprattutto per me e per Carla, la panchina bianca era il nostro cavallo.
Carla abitava nel pianerottolo di fronte al mio e aveva un anno più di me, due trecce bionde e pesanti, lunghe fino a metà schiena, e come me aveva una passione per le storie di indiani e cowboy.
Ci dicevamo sempre che avremmo voluto vivere nel Far West come due mandriani, poi, quando scoprimmo l’esistenza leggendaria di Calamity Jane, discutevamo per chi la dovesse interpretare. Ma in definitiva quelle dispute di genere ci interessavano poco, l’importante era saltare a cavallo e correre. Il profilo rotondeggiante dello schienale e il ricciolo di cemento in cui terminava, erano una groppa perfetta per cavalcare e un simulacro di muso, dove a volte infilavamo un ciuffo d’erba per far mangiare Fulmine, o Furia, o Black Beauty.
Correvamo nella prateria, assalite dagli indiani, e scivolavamo sul fianco per ripararci, saltavamo da un lato all’altro in acrobazie da rodeo, o ci lasciavamo ciondolare in un’imitazione di andatura al passo, sfoggiando le conoscenze assorbite in anni di cinema hollywoodiano.
Ci interessava meno giocare nella “boscaglia”, una striscia di terreno larga forse meno di due metri, lievemente in discesa, alle spalle di una siepe di lauroceraso che dalla panchina correva lungo tutto il lato lungo del giardino: i nuovi abitanti della casa vi avevano piantato un albero per ogni nuovo nato, e così io ero la titolare di un cedro, Michele di un abete, Massimo di una magnolia. Sotto a quegli alberi cresceva, spontanea, una serie di erbe e piante cui affibbiavamo nomi di fantasia, e che raramente subivano le cure dei giardinieri. Nella boscaglia ci andavano soprattutto i maschi a giocare alla guerra; il Vietnam lo vivevamo nel telegiornale e nelle foto di qualche rivista che girava per casa, e la giungla aveva già, nella mente dei ragazzini degli anni ’60, il suo fascino malsano.
Più spesso, la boscaglia serviva per giocare a nascondino, a volte per sottrarsi alla vista di mamme che chiamavano per il pranzo o la cena, a volte per quei momenti in cui si litigava e ci si allontanava l’uno dall’altro, imbronciati, cercando la solitudine.
In fondo alla boscaglia era il lato meridionale del giardino e il confine con i palazzi circostanti. Per una strana conformazione del territorio, questi erano più in basso rispetto al nostro di svariati metri, così era stata gettata una piccola piattaforma di cemento in discesa che faceva defluire l’acqua piovana in un canale aperto verso le piante: quello era il nostro ruscello, dove andavamo ad abbeverare i cavalli, prendere secchi d’acqua per cucinare, ma anche a fare il bagno e lavare i panni.
C’erano anche altri spazi e angoli che venivano utilizzati più raramente, come i piccoli cortili piastrellati dove la signora dell’ultimo piano teneva (e tiene ancora), le piante d’appartamento cresciute troppo, e dove andavamo a giocare a campana o a saltare la corda, o a palleggiare contro il muro.
Di sera non ci era permesso di scendere in giardino; i ragazzi più grandi del palazzo allora andavano alla panchina a fumare o a chiacchierare con le fidanzate, ed io, che ho il balcone che guarda verso quell’angolo, li osservavo infastidita, gelosa di quello spazio.
Gli altri ospiti con cui dovevamo dividere il giardino erano i gatti, intere generazioni che si tramandavano colori e caratteristiche, nutrite ed accolte nel garage trasformato in ciclofficina dal vecchietto rubizzo del terzo piano, detto “il ciclista”. Lui cercava ogni volta di nasconderci le cucciolate, ma noi riuscivamo sempre a trovare dove le gatte andavano a partorire, e furtivamente andavamo a toccare e infastidire i gattini appena nati. Ci furono anni in cui si arrivò a contarne più di venti, nutriti e curati da Sergio, il nipote del ciclista, finché negli anni ‘90 fu decisa una sterilizzazione di massa, e Camillo, ultimo discendente di quell’antica stirpe, è morto nel 2005.
Ai lati della panchina c’erano due alberi di cui non ho mai saputo il nome; tronco bruno, foglie piccole e verdi che in estate producevano dei piccoli frutti sferici con un grosso nocciolo e scarsa polpa, che noi chiamavamo ciliegie selvatiche, e che presto si asciugavano diventando marroncine e puzzolenti. Nessuno aveva provato a mangiarle, ci era stato detto che erano velenose, così come ci si raccomandava di non mettere in bocca le mani dopo aver giocato con le foglie dell’oleandro, altra pianta ornamentale che, in un piccolo cespuglio, cresceva nei pressi della panchina. Ma non credo che le nostre mani fossero, in generale, particolarmente pulite quando si saliva a casa dopo un pomeriggio di giochi in giardino. Il più grosso di quei due alberi è caduto negli anni 80, in una notte di temporale, l’altro è quasi invisibile, altissimo e circondato da quelli che una volta erano cespuglietti .
A mano a mano che crescevamo, ci allontanavamo dal giardino, si usciva dal cancello per andare a giocare in piazzetta davanti alla chiesa o ai giardinetti, il muretto sostituiva la panchina, le chiacchiere prendevano il posto dei giochi, e tornavamo alla panchina solo ogni tanto, per far compagnia ai fratelli più piccoli, o per sdraiarsi nell’erba.
Negli anni il giardino è cambiato, nelle riunioni condominiali se ne parla come di un problema ormai, più volte è stato proposto di lastricare tutto per fare posto alle automobili sempre più numerose, e gli alberi, ormai alti decine di metri, destano più preoccupazione che ammirazione. L’erba non cresce più ed è stata sostituita da piante grasse e sempreverdi non proprio bellissime. Recentemente è stata istituita l’area ecologica condominiale per la raccolta differenziata, e l’angolo della panchina ospita secchioni maleodoranti e trappole per topi richiamati dagli avanzi di cibo.
Quello che più mi stupisce quando mi avvicino a quell’angolo, è come la nostra fantasia dilatasse quello spazio di pochi metri quadrati in sconfinate praterie e mari aperti, ripenso quali e quante avventure riuscivamo a creare, a come in ogni ora del giorno ci fosse qualcuno a inventare giochi sempre diversi, a come ci bastasse una panchina, un albero e dei ciuffi d’erba, a renderci felici.

Cristiana Vazzoler per Fotografi Romamor.

Miglior racconto fotografico: Villa Pamphili 40 anni dopo di Pino D’Amico Giudice Antonio D’Ettorre

Antonio D'Ettore e Pino D'Amico

Pino D'Amico: Villla Pamphili 40 anni dopo

Miglior racconto letterario:  ‘Amori Lontani’ di Roberta Fontana

Giudici:  Adriana Spera e Rita Dentale.

Per la forma letteraria , quasi una ricerca filologica del linguaggio degli anni quaranta del secolo scorso. Un racconto che stupisce, oltre che per la storia in sé, per il linguaggio aulico e accademico utilizzato dall’autrice.

Roberta Fontana e Adriana Spera

____________ Roberta Fontana – Amori Lontani ____________

Foto: Giorgio Della Rocca

Lettera di Filomena a Carlo, commilitone del fratello Ascenzo
Sante Marie, 23 febbraio 1942
Gentilissimo Caporale D’Amico,
chi Vi scrive è la sorella del Vostro commilitone D’Ascanio Ascenzo dal quale ho ricevuto una missiva dal fronte nella quale ci comunica che, ringraziando il Sacro Cuore di Gesù, si trova in salute.
Mi ha informato che, sfortunatamente, siete stato ferito in battaglia e Vi trovate, dunque, in licenza presso la Vostra famiglia a Colli di Monte Bove. Nostro padre, nostra madre ed io ci auguriamo che, con l’aiuto di San Quirico e San Berardo, possiate avere una pronta guarigione.
Ascenzo e gli altri Vostri commilitoni Vi hanno inviato un presente in un pacco spedito presso di noi. Mio fratello mi ha quindi pregata di recapitarVi questo pensiero dal momento che mi reco ogni giorno con il treno a Colli di Monte Bove per lavoro. Vi prego, dunque, di farmi sapere quando posso farVi visita in presenza della Vostra famiglia e senza arrecare disturbo.
Nell’attesa di una Vostra risposta, Vi porgo rispettosi ossequi e saluti da parte mia e di tutta la famiglia qui a Sante Marie.
D’Ascanio Filomena
Lettera di Carlo a Filomena
Colli di Monte Bove, 12 settembre 1942
Gentilissima Signorina Filomena,
è da tanti giorni che studio l’opportunità di contattarVi ed oggi mi sono risoluto a scriverVi confidando che la Vostra innata gentilezza potrà scusare questa mia arditezza.
Sin dalla prima volta che Vi vidi qui in casa quando mi recaste il presente dei miei commilitoni e, ancora, quando ebbi la fortunata opportunità di venire in visita presso la Vostra famiglia in occasione della licenza di Vostro fratello Ascenzo, un sentimento di commozione e ammirazione ha mutamente sorpreso il mio animo.
Spero di non sembrarVi indiscreto ma confido che la Vostra bontà e gentilezza mi permettano di venire a presentarVi i miei omaggi nel pomeriggio, alla partenza del treno che da Colli di Monte Bove vi riporta a Sante Marie alla fine della giornata lavorativa.
Aspetterò speranzoso la Vostra risposta.
Vi porgo i miei ossequi e saluti, nel più stretto rispetto della Vostra onestà.
Vostro devoto
D’Amico Carlo
Lettera di Carlo al padre di Ascenzo e Filomena
Colli di Monte Bove, 28 gennaio 1943
Gentilissimo Signor D’Ascanio Decio,
forse questa mia epistola non Vi sorprenderà dal momento che l’amicizia che mi lega a Vostro figlio Ascenzo mi ha portato nei mesi scorsi ad esprimergli, durante le lunghe ore passate insieme al fronte, l’ammirazione che provo per la Vostra figliola Filomena. Sarei, dunque, lusingato se di tale sentimento Ascenzo Vi avesse fatto partecipe dal momento in cui ogni mio costante pensiero è rivolto alla Signorina cara.
Questa missiva, orbene, è per pregarVi di concedermi l’onore di aspirare alla Sua mano acciocché, ora che per le ferite riportate sono stato congedato permanentemente, possa farle visita in casa con maggiore frequenza in qualità di fidanzato ufficiale.
Mi sono permesso di inviarVi questa lettera onorato della certezza di essere gradito alla carissima Filomena, che con ogni rispetto incontro presso la stazione di Colli di Monte Bove, alla presenza delle sue amiche.
Nella viva speranza che Vogliate accogliere questa richiesta, mi auguro che i ferventi desideri qui espressi possano essere esauditi e che questo nascente sentimento possa arrivare a felice conclusione. Nulla mi sarebbe più gradito che trovare in Voi quel padre che prematuramente mi fu portato via dalle avversità della vita.
Speranzoso nella Vostra attenzione, esprimo la mia più profonda devozione.
I miei ossequi.
D’Amico Carlo
Lettera di Ascenzo a Carlo
Sante Marie, 1 agosto 1944
Mio carissimo amico Carlo, ho fatto infine ritorno nell’amata e ferita patria, finalmente liberata. Ho trovato in tutti tanta afflizione e dolore e mi sembra che solo la fede in Dio possa aiutare a superare i tragici eventi degli ultimi anni.
Al contrario in me spira una certa serenità, in parte dovuta alla contentezza di esser stato rimpatriato indenne e, in parte, di aver trovato la famiglia tutta, senza perdite, e in salute. Ardisco, anzi,
dire che la famiglia si sta addirittura allargando e che sto per acquisire un nuovo fratello grazie all’imminente matrimonio tra te e la cara Filomena.
Con rammarico e disappunto ho scoperto che la linea ferroviaria per Sulmona è stata distrutta dai tedeschi in fuga; contavo di venire subito a Colli di Monte Bove in treno per salutarti di persona ma, ovviamente, non è possibile. Dovrò, quindi, pazientare ancora qualche giorno e trovare un mezzo alternativo prima di tornare a riabbracciare il mio migliore amico.
A questo proposito Filomena mi ha detto che tuo cugino Giacinto, che ho scoperto sarà vostro compare d’anello, si è prodigato per trovare un paio di automobili e, soprattutto, la benzina per permettere a te e ai tuoi cari di venire a Sante Marie in tutta comodità per le nozze a metà agosto.
Nella speranza di riuscire a vederti quanto prima ti abbraccio ed invio un affettuoso saluto alla tua cara mamma.
Con affetto
Ascenzo
Dal diario di Carlo
15 agosto 2004
Per la ricorrenza dei 60 anni di matrimonio miei e della cara Filomena i nostri figli hanno organizzato una bella festa invitando anche i parenti e gli amici più cari.
Anche i figli che vivono lontani con le loro famiglie e che ogni sera, quando mi corico, temo di non riuscire a rivedere ci hanno raggiunti e tutti insieme abbiamo passato una bellissima giornata.
In serata abbiamo accompagnato il nostro quarto nipote Ninì alla stazione di Avezzano per prendere il treno che lo riportava a Roma per seguire i suoi studi.
Il rumore dei treni, seppur diverso da quello di un tempo, i loro arrivi annunciati dagli altoparlanti e Filomena lì, accanto a me, mi hanno fatto risentire per un momento quel giovane soldato in licenza che guardava la sua bella, sorridente, salire in carrozza con le amiche per tornare a casa dopo il lavoro.
E ora, per concludere degnamente questa splendida giornata, vado a coricarmi accanto alla mia Filomena, moglie devota e pilastro della mia vita.
Nota: I personaggi e i fatti qui narrati sono frutto dell’immaginazione dell’autrice. Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Roberta Fontana, per Giorgio Della Rocca e Fotografi Romamor.

E’ stato inoltre premiato il miglior lavoro dei nuovi iscritti a Fotografi Romamor:  Laura Sabatino per il lavoro ‘La Prima volta’ (Racconto di Mario Abbiati).

Laura Sabatino

Luciano Ventura di Legambiente ha inoltre premiato Anna Ferruzzi per il suo lavoro sull’area di Bagnoli e Giorgio Della Rocca per il lavoro sulle vecchie ferrovie abruzzesi.

 

Luciano Ventura e Anna Ferruzzi

 

Giorgio Della Rocca e Luciano Ventura

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